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La Brexit e le sue conseguenze, spiegate bene

I negoziati per la Brexit arrancano e mano a mano che si avvicina la data del 29 marzo 2019 – ovvero il giorno in cui il Regno Unito uscirà dall’ Unione europea – le ipotesi di un divorzio burrascoso diventano sempre più reali e le conseguenze appaiono pesanti.

Perché se ne parla tanto

La Brexit è ritornata agli onori delle cronache a metà dicembre di questo 2018. Alcuni conservatori vogliono che Londra dica addio all’Ue senza accordi di alcun tipo, un’eventualità che appare però remota perché trova poco credito tra i parlamentari britannici e perché, stando a un rapporto elaborato e pubblicato dallo stesso governo, un’uscita dall’Europa senza accordi porterebbe a una contrazione del Pil fino al 10,7% rispetto a quello raggiungibile rimanendo tra i 28 Stati membri.

Secondo i vertici del ministero dello Finanze di Sua Maestà, sul medio termine l’abbandono brusco dell’Ue avrebbe sì ricadute negative sul piano economico ma avrebbe effetti positivi dal punto di vista politico.

Tra gli scenari possibili si apre anche un secondo referendum, dopo quello del giugno 2016 che ha sancito la volontà del popolo di staccarsi dall’egida di Bruxelles. Un’ipotesi smentita con forza dal governo ma non del tutto indifferente al popolo e alle aziende, queste ultime preoccupate per le ricadute che la Brexit avrà sui rispettivi business.

Un quasi colpo di scena
Il 10 dicembre 2018 la Corte di giustizia Ue ha stabilito che la Brexit può essere revocata unilateralmente dal Regno Unito.

Nel mentre il già basso consenso politico di Theresa May è crollato; popolo e governo rimproverano al primo ministro britannico di avere gestito male i negoziati. Il 12 dicembre scorso la premier May ha dovuto affrontare un voto di sfiducia all’interno del suo partito, quello conservatore, dopo le dimissioni di vari esponenti del suo governo avvenute qualche settimana prima.

Incassata la fiducia il nodo non si è però sciolto: i sostenitori di una linea dura con l’Unione europea non hanno i numeri per cacciare la permier dal civico 10 di Downing Street ma li hanno per bloccare l’approvazione dell’accordo su Brexit in Parlamento. Una possibilità nefasta che ha già spinto il governo a pensare al peggio, con un piano per l’intervento dell’esercito per placare sul nascere dissensi e disordini.

L’accordo con la Svizzera e altri paesi non UE
Il 20 dicembre scorso il Regno Unito ha siglato un accordo per salvaguardare la libera circolazione con la Svizzera (qui il testo) e altri paesi che non fanno parte dell’Unione europea ma che hanno aderito a Schengen ovvero l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia.

I cittadini del Regno Unito che vivono in uno di questi quattro paesi e viceversa, per esempio gli svizzeri che vivono nel Regno Unito e i cittadini britannici che risiedono nella Confederazione Elvetica, possono stare tranquilli giacché, anche dopo il periodo di transizione della Brexit, godranno degli stessi diritti che hanno oggi. Questo accordo si applicherà anche nello scenario di no deal, ovvero se il Regno dovesse uscire dall’Europa unita senza un accordo.


Come si è arrivati fino a qui?

Ancora oggi la Brexit vive una situazione molto complessa che, per essere compresa, ci obbliga a fare un salto indietro nel tempo.

Se non ti piacciono le risposte, non fare domande
Tutto è iniziato formalmente a febbraio del 2016, quando l’allora premier britannico David Cameron ha negoziato un nuovo accordo con Bruxelles e, per mostrare i muscoli, ha invocato senza troppa convinzione un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea.

Da qui sono nati i due fronti: il Remain, di cui facevano parte i cittadini propensi a rimanere tra i 28 paesi dell’Unione (Cameron incluso), e il fronte dei Leave, la fazione di chi era a favore del divorzio.

Contro ogni pronostico i cittadini il 23 giugno del 2016 hanno deciso per il Leave e la questione Brexit è diventata un dossier che il governo britannico ha voluto aprire.

Non piangere sul latte versato
Subito dopo l’esito David Cameron ha rassegnato le proprie dimissioni, lasciando alla nuova premier Theresa May il compito di interagire con Bruxelles per i negoziati che, di fatto, sono iniziati il 19 giugno del 2017.

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Theresa May con suo marito, 10 Downing Street, 2017 (Foto:Wikipedia.org/HM Government)

Il referendum era di tipo consultivo e quindi l’esito non poteva essere inteso come vincolante.

La Corte suprema del Regno Unito ha statuito il 24 gennaio 2017 che solo il parlamento britannico avrebbe potuto rendere possibile l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona mediante il quale attivare la procedura per consentire al Regno Unito di uscire dall’Unione europea, motivo per il quale è stato necessaria una legge apposita.

Il 29 marzo 2017 è stato avviato ufficialmente il processo di uscita dall’Unione europea. La premier britannica Theresa May ha chiesto l’applicazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che concede due anni per le trattative.

Il pugno duro non sempre funziona
Theresa May si è presentata a Bruxelles per le trattative con l’intenzione di imporre la volontà britannica su quella europea. Una strategia che ha trovato forte opposizione tra i 27 Stati membri, tant’è che due mesi dopo, siamo ad agosto del 2017, la premier ha ingranato la retromarcia, instaurando rapporti meno autoritari con l’Unione.

La data chiave dei negoziati è il 12 settembre del 2017, quando la Camera dei comuni (la Camera bassa del Parlamento inglese), ha approvato il Great Repeal Bill, una legge che integra parte della legislazione europea in quella britannica. Accanto alle questioni meno stringenti, come il colore del passaporto che tornerà blu-oro, ci sono quelle di vitale importanza per l’economia del Regno Unito.

Particolare l’enfasi infatti sul mercato comune che prevede 4 punti: la libera circolazione delle persone, la libera circolazione delle merci, oltre alle libere circolazioni di servizi e capitali. L’8 dicembre del 2017, Theresa May ha concordato con Bruxelles che il Regno Unito manterrà tutte e quattro le libertà necessarie per partecipare al mercato unico europeo fino a quando non verrà risolta la questione irlandese dopo il 29 marzo del 2019.

La questione irlandese in tre righe
La Repubblica di Irlanda è uno stato indipendente ed è membro dell’Unione europea dal 1973 mentre l’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito. La Repubblica irlandese quindi non uscirà dall’Ue e andranno disciplinati i controlli di persone, merci e capitali al confine.

E quindi?
Il 19 marzo 2018 è stato trovato anche l’accordo secondo cui non ci saranno variazioni di rilievo fino al 31 dicembre del 2020, un periodo di assestamento di 21 mesi che soddisfa temporaneamente molte delle preoccupazioni di aziende e persone. Il periodo di transizione che va da marzo del 2019 a fine 2020 permette, tra le altre cose, ai cittadini europei che si trasferiranno nel Regno Unito di godere degli stessi diritti di chi vi si è trasferito prima della Brexit.

Torniamo ad oggi, gli ultimi sviluppi sulla Brexit
Il 13 dicembre 2018 nell’agenda del Consiglio europeo c’era anche la questione Brexit. Il Consiglio ha rifiutato tutte le richieste della premier May.

Rush finale
Dal 7 gennaio 2019 il Parlamento britannico comincerà il dibattito sul voto relativo alla Brexit mentre, il voto vero e proprio, si terrà la terza settimana di gennaio. Saranno 14 giorni intensi per le camere.

Non c’è certezza che l’accordo sull’asse Londra – Bruxelles venga approvato dal Parlamento, motivo per cui il partito laburista e alcuni deputati di quello conservatore vogliono che il banco di prova del voto si tenga prima di Natale, così da valutare meglio le alternative prima di marzo. Obiettivo che il calendario decreta impossibile da centrare.

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(Immagine: Pixabay/CC)

No deal
Nonostante le conseguenze della Brexit già pesano sull’economia inglese e cresce il fronte dei pentiti, la revoca del divorzio appare molto poco probabile a meno di colpi di scena.

Il Regno Unito il 29 marzo 2019 sarà fuori dall’Unione europea. Sono stati messi in moto i preparativi, come riporta TheGuardian, in caso si arrivasse al  temuto no deal – ovvero la mancata approvazione dell’accordo sulla Brexit in Parlamento. È previsto anche il dispiegamento di 3.500 soldati dell’esercito per fare fronte a disagi e disordini.

Un’uscita senza accordo con la Ue avrà conseguenze ancora più gravi di quelle attuali per il Regno Unito che non godrà più dei benefici ancora in essere né potrà avere più il tempo “cuscinetto” a disposizione, i due anni garantiti dal Trattato di Lisbona al fine di sostituire gli accordi ora in vigore.

Oltre al problema più stringente della libera circolazione di persone, potrebbero subire problemi vari settori: il traffico aereo e portuale che ha ricadute sull’approvvigionamento di merci e, ovviamente, in caso di mancato accordo (no deal) tornerà a fare capolino il roaming, messo al bando nei paesi Ue dal 2017.

Ancora prima va sottolineata la “fuga” di aziende dal Regno Unito, con relativo appello allarmato delle associazioni di categoria e la perdita di organizzazioni come l’Agenzia europea del farmaco (Ema), ora accasata ad Amsterdam, e l’Autorità bancaria europea (Eba), ora a Parigi.