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Le risposte che la politica non può dare

Non riuscire a dare una svolta ai problemi della popolazione è un insuccesso. Diventa un insuccesso clamoroso quando i presupposti economici e congiunturali ci sono tutti.

La politica – e non solo quella ticinese o svizzera – non è in grado di dare risposte

Ecco un quadro attuale e ponderato della situazione del Cantone, costruito grazie ai dati messi a disposizione dall’Ufficio di statistica cantonale (Ustat).

Numeri e antefatti

L’economia tira o no?
Sì, tira. E lo fa da anni. Quindi le cause della disoccupazione non sono da ricercare nella crisi o nella confusa e dozzinale “mancanza di lavoro”.

Il lavoro c’è, subentrano tuttavia altri parametri a intorbidire le acque del mercato del lavoro ticinese. Il primanostrismo non ha dato effetti, così come non hanno dato effetti le annacquate e ancora più confuse misure sganciate dal governo per incentivare i datori di lavoro a dare precedenza alla manodopera residente.

Prima di creare un senso occorre diffondere il consenso, concetto semplice che alle nostre latitudini né l’esecutivo né il legislativo sembrano riuscire a capire.

Tra il 2012 e il 2014 il Pil cantonale è cresciuto quasi il doppio di quello nazionale. E attenzione a non tirare conclusioni: il pensiero più logico spinge a credere che a trainare il Pil sia il settore secondario, quello della trasformazione delle materie prime, densamente popolato di lavoratori frontalieri.


Come è lecito attendersi, il Pil pro-capite segue l’andamento del Pil, è però opportuno comprendere che si tratta di un indice aritmetico, ottenuto dividendo il Pil per gli abitanti, nulla a che vedere con la reale distribuzione della ricchezza.


A cavallo tra il 2013 e il 2014 il Pil ticinese è cresciuto a un passo doppio rispetto a quello elvetico. Ciò nonostante gli effetti sul lavoro si sono sentiti in modo molto relativo.



Tuttavia, benché quando si sente rumore di zoccoli si pensa a un cavallo e non a una zebra, come vedremo più avanti al cavallo dobbiamo tratteggiare delle grosse righe nere.

Ecco la zebra
Primanostrismo o no, a ulteriore riprova dello stato di salute scattante dell’economia ticinese, ci è buon testimone il costante aumento del numero di imprese e di addetti. Questo significa soltanto che il governo e i partiti non sono riusciti a fare buona politica, lasciando che le aziende sul territorio si muovessero sul mercato del lavoro con scarso senso sociale.


Mentre nel corso degli anni il numero di aziende e di addetti del primario e del secondario sono diminuiti, altrettanto non si può dire per le aziende del terziario che, a fine del 2016, erano poco più di 136mila e davano lavoro a circa 176mila persone. Nel medesimo periodo la disoccupazione in Ticino era del 12,7% e i frontalieri erano 64.700. 


Segnali scarsi di incisività

Un ossimoro tutto ticinese
I dati di fine 2013 e quelli di fine 2014 sono esemplari. Il governo era già insediato da 3 anni e passa e la situazione si presentava così:

  • 2013: il Pil cantonale è cresciuto del 3,26%, la disoccupazione era al 13,5% (dati Ilo) e i frontalieri erano 60.082
  • 2014: il Pil cantonale è cresciuto del 2,63%, la disoccupazione era al 12,5% (dati Ilo) e i frontalieri erano 62.752

Non riuscire a lasciare un’impronta netta e positiva in un contesto economico di marcata crescita è segno di mancanza di puntualità politica. Pil e disoccupazione alle stelle è una negazione in termini. Eppure è successo.

Questo vuole dire che le politiche di sussidi erogati dallo stato hanno fallito. Il governo cantonale, supportato da strategie e da partiti poco incisivi, non comprendono che è giunto il momento di investire.

L’assistenzialismo deve fare paura
Quello ticinese è uno stato assistenzialista, che si rifugia nell’erogazione di assegni di disoccupazione e di accompagnamento sociale, come se gli ammortizzatori fossero gli unici strumenti possibili.

Investire, creare infrastrutture e servizi all’avanguardia che possano attirare imprenditori e imprese non è nelle corde dell’Esecutivo e del Legislativo, poteri intenti a barcamenarsi in acque tiepide e poco mosse, soprattutto nell’immobilità che precede la chiamata del popolo alle urne.

Nessuna crisi, solo incapacità
Pil in crescita, occupazione in crescita, reddito pro capite in crescita. Nessuno di questi indicatori autorizza a usare parole tanto dure come “crisi”, alla quale verrebbe da pensare esattamente come, sentendo rumori di zoccoli, si pensa a un cavallo.

Il Ticino invece è una zebra, perché il lavoro c’è, l’economia non ristagna, ma non si trova il modo per rilanciare l’impiego, in un contesto in cui le forze sindacali inseguono sempre e non anticipano mai. 

È indubbio che servano leggi che non si limitino a residenza e colore del passaporto dei lavoratori, così come è indubbio che queste leggi debba farle il Parlamento.