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L’Eurostat inchioda il Ticino nella povertà, come l’Italia del Sud e la Grecia

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Va tutto bene, dicono a Bellinzona. Il mercato del lavoro è florido, gli indicatori sono tutti favorevoli tant’è, tuonano nel cave magistrum eretto dietro alla foca di Bellinzona, che i conti del Cantone sorridono.

Fuori dal compendio delle statistiche elvetiche o cantonali, laddove non occorre imbellettare numeri per compiacere questa o quella forza politica o questa o quella forza commerciale, gli stessi numeri dicono tutt’altro.

Sfatiamo un mito
Eurostat non inventa nulla, si appoggia ai numeri che vengono forniti dagli uffici centrali di statistica dei paesi presi in esame. Ciò che cambia sono le chiavi di lettura, quei parametri che, applicati in modo lineare e imparziale, restituiscono fotografie prive di filtri.

I dati usati risalgono al 2013, non recentissimi dunque ma abbastanza attuali per rendere la fotografia scattata attendibile.

Gli indicatori
Il Pil è uno degli indicatori e, opinione ormai largamente diffusa, non è più sufficiente all’attendibilità delle formule economiche. Per questo motivo l’elaborazione dei dati è stata articolata sulla scorta di tre sotto indicatori. Persone che vivono in ambienti di bassa occupazione, persone con limiti nel potere d’acquisto e persone dichiaratamente a rischio povertà.

Il risultato

La mappa elaborata prevede i colori tendenti al blu rappresentino la minore povertà e relativo rischio di esclusione sociale mentre i colori tendenti al rosso rappresentano la maggiore esposizione alla povertà con ricadute ovvie sull’esclusione sociale.

Nel cuore dell’Europa continentale appare una sola area rossa. È il Ticino, che sfoggia il medesimo amaranto della Grecia, della Spagna del Sud e dell’Italia meridionale.

Uscite dal territorio elvetico, le statistiche imbellettate diventano reali, spettrali e schiette. Però, dicono a Bellinzona, va tutto bene.

Qualcuno racconta frottole ai ticinesi, approfittando di una loro presunta stupidità. Ma sul tenore di vita non si scherza.

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