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Quello che la Polizia di Lugano non dice

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Ritorniamo su un episodio di dubbio gusto di cui avevamo già parlato a dicembre del 2019 e collegato a un incontro, avvenuto a gennaio del 2018 tra il vicesindaco e capo Dicastero sicurezza della città di Lugano Michele Bertini, il capitano della Polizia luganese Roberto Torrente, e una nostra giornalista.

Durante l’incontro Bertini e Torrente sono stati informati delle (presunte, s’intende) vessazioni che un sergente avrebbe esercitato su (almeno) due cittadini. Uno di questi è la sua ex moglie che l’uomo avrebbe più volte minacciato di potere fare espellere dalla Svizzera poiché straniera, facendo pressioni affinché, durante la procedura di divorzio, questa mostrasse una certa accondiscendenza. Insieme alla promessa di espulsione, anche quella di non vedere più il figlio. Figlio che, rammentiamo, oggi ha pochi contatti con il padre, per sua stessa volontà.

L’altro cittadino vessato è l’ex marito di quella che, tempo fa, era la sua compagna. I due, insieme, hanno attuato politiche distruttive sui figli di lei, affinché disconoscessero il padre, riempiendoli di menzogne. Una pratica di esclusione genitoriale che l’ARP di Lugano ha volutamente omesso di vedere.

Il sergente, non pago di questa attività di esclusione, ha più volte minacciato l’ex marito della sua compagna alla quale, tra l’altro, avrebbe passato informazioni riservate, acquisite proprio mediante la divisa.

Ancora prima, per esercitare pressioni sulla sua ex moglie, si sarebbe servito della presenza di colleghi, il tutto davanti al figlio. Né l’ARP né il pretore Matteo Pedrotti, titolare dell’incarto relativo alla separazione e al divorzio del sergente, hanno mai opposto osservazioni in merito a questo atteggiamento.

A farne le spese l’ex marito della compagna del sergente, la sua ex moglie e i figli di questi.

Abbiamo chiesto all’onorevole Michele Bertini di intervenire sulla questione e, come da prassi, non abbiamo ricevuto risposta.

Questo caso dovrebbe essere presentato alla magistratura dalla città di Lugano, che dovrebbe costituirsi parte civile. In un mondo perfetto, ovviamente, perché a Lugano non accade.

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