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Bertoli da rimandato a settembre a bocciato

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Nell’edizione de ilCronista del 9 maggio appena trascorso abbiamo rimandato a settembre il ministro Manuele Bertoli. In sintesi, ci siamo chiesti quale scopo avesse mandare gli allievi dietro i banchi per una quindicina di giorni, con il rischio di mettere a repentaglio la salute dei cittadini in un momento di pandemia, laddove il rischio di una seconda ondata di Covid-19 non è escluso dalla comunità scientifica. Comunità che, peraltro, praticamente in ogni nazione, scongiura la riapertura delle scuole.

Una doppia assenza di senso
Il 13 maggio il Decs ha deciso che l’anno scolastico non si concluderà con gli esami di maturità, una tappa importante nella vita di ogni studente. Un appuntamento che dà una cognizione di sé ai maturandi, che dà un senso compiuto agli sforzi fatti, che posiziona nella società. Per il Decs però spostare molti giovani per sostenere degli esami previsti per 5 delle 14 discipline non ha senso e, per una più ampia valutazione degli studenti, Bertoli invoca una “valutazione più globale da parte dei docenti”. Se i test di maturità offrono obiettivi misurabili, non si capisce come la valutazione più globale dei docenti possa essere altrettanto misurabile. Non si sostiene, sia chiaro, che i docenti non siano in grado di valutare gli allievi, si sostiene che in questa dimensione non esistono metri comparabili e oggettivi.

Tornare a scuola per una manciata di giorni, secondo Bertoli, è motivato ma, tale motivazione, cade se riferita agli esami di maturità.

Se mai fosse servita una dimostrazione di inadeguatezza per chiedere al ministro Bertoli di rassegnare le dimissioni, è stata fornita su un piatto d’argento.

Quei precedenti scomodi
Le nostre perplessità, ormai dichiarate, riguardano da sempre l’incapacità del direttore del dipartimento dell’Educazione, della Cultura e dello Sport (Decs) di adeguare la scuola ai tempi attuali, puntando su linee didattiche vetuste, modelli di insegnamento inadeguati alle richieste del mondo del lavoro e, soprattutto, di non avere mai ascoltato i tanti segnali che impongono, a partire dalle scuole dell’infanzia, la diffusione di una cultura digitale e dell’abitudine al problem solving.

La vera difficoltà, a cui parlamento e governo non sanno fare fronte, è che quando l’apprendimento deve coinvolgere logiche computazionali e preparazione all’uso delle tecnologie, il significato della parola “apprendimento” cambia. E occorre sapere in quale modo e dove questo cambiamento conduce.

A Bellinzona non c’è la cultura sufficiente per comprendere questo terremoto culturale (tanto necessario per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro dei nostri giovani) e, in seno al Decs, non c’è neppure l’umiltà per chiedere aiuto agli esperti del settore.

Bertoli da rimandato a bocciato. Senza attenuanti.

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