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Il Consiglio di Stato mette mano alle ARP

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Le Autorità Regionali di Protezione (ARP) sono la sconfitta della politica democratica. Un manipolo di individui, spesso impreparati, che decide le sorti di migliaia di cittadini. Un concentrato di presunzione e di abusi, un sistema punitivo esagerato sfuggito dal controllo.

Il direttore del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, già dal 2013, si dice incompetente in materia di ARP, in virtù della separazione dei poteri. Resta il fatto che prima di tale data non ha mai preso una posizione netta.

L’ultima posizione assunta dal ministro risale al mese di marzo del 2013 quando i ticinesi hanno bocciato il referendum lanciato dai Comuni in cui hanno sede le ARP, per  contrastare la professionalizzazione del servizio erogato. Le ARP sono uscite sconfitte dalle urne ma Gobbi ha dato a loro l’ultima parola. Perdere o vincere sono diventati ininfluenti.

Poi si è arrivati al progetto “Giustizia 2018” che prevedeva anche la riorganizzazione delle ARP (ma nessuna riparazione ai danni che queste hanno provocato). Progetto slittato in là nel tempo, a causa di non meglio precisate necessità organizzative alle quali, per altrettanto imprecisate ragioni, non si è pensato prima. Uno spettacolo filiniano.

Si è arrivati così al 7 maggio 2020, giorno in cui il Consiglio di Stato, mediante una nota, ha annunciato di volere creare una nuova autorità giudiziaria che manderà in soffitta le ARP.

Tale autorità, dice il governo, avrà maggiore autorevolezza e riconoscerà le leggi internazionali. Basta questo: fino ad oggi sono state autoritarie senza averne i mezzi (a patto che, in democrazia, sia lecito usare mezzi impropri) e sono state sistematicamente ignorate le sentenze internazionali che, di fatto, sono emesse proprio per correggere il diritto nazionale. Nulla di nuovo ma, soprattutto, nulla a cui i governi che si sono succeduti nel tempo, hanno cercato di porre rimedio.

Anche in questo caso, in attesa di questa nuova autorità che dovrebbe diventare effettiva nel 2021, non ci sono garanzie: se i ruoli di rilievo dovessero essere coperti dai personaggi attuali, già tristemente noti per la loro inadeguatezza, allora non ci sarebbe nessun cambiamento reale.

Un ulteriore e non necessario insulto a quei 30mila cittadini che – a vario titolo e con varia intensità -subiscono le decisioni delle ARP. 30mila cittadini dei quali, alla politica, non interessa niente.

Questa riforma, per il momento e in assenza di elementi contrari, tende a scaricare le responsabilità del Cantone sulle spalle dei comuni.

Sette anni: ci sono voluti sette anni per non arrivare a nulla.

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