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Stranieri, il Consiglio di Stato non rispetta le leggi

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La puntata di Falò del 3 settembre appena trascorso è stata ignorata dai media tradizionali, venendo peraltro meno a uno dei compiti del giornalismo, quello di dare conforto agli afflitti.

L’episodio, la cui durata supera di poco un’ora e 20 minuti, è consultabile qui. Ciò che ne emerge, così come peraltro ricordato dal Tribunale amministrativo cantonale (Tram) a cui i cittadini si rivolgono per contestare le decisioni prese dalle autorità, è una condizione di crescente sgomento. Ma su questo torneremo dopo.

I fatti
Gli stranieri che risiedono e lavorano in Svizzera, così come quelli che vi lavorano soltanto, sono sempre più confrontati con vessazioni di Stato. Nei casi documentati da Falò ci sono cittadini che sono stati seguiti o monitorati per mesi dalle forze dell’ordine, arrivando a invadere quella sfera privata che lo Stato dovrebbe salvaguardare o comunque invadere soltanto in casi che lo richiedano davvero.

Persone che lavorano o vivono in Svizzera da anni, due di queste hanno avviato aziende di successo, investendo di tasca propria capitali ingenti. Persone che, sulla base di decisioni sommarie in linea peraltro con l’andamento inquietante degli ultimi anni, secondo le autorità cantonali devono lasciare la Svizzera.

L’avvocato Marco Garbani parla di due casi specifici: in uno il cittadino è stato oggetto di 204 appostamenti da parte della polizia, nell’altro 150. Uno sforzo immane per certificare o meno la buona condotta e il rispetto delle norme di permanenza sul suolo elvetico a danno di cittadini senza pendenze con la giustizia.

Le cose degenerano per chi qualche grattacapo con la giustizia lo ha avuto. Un cittadino italiano che ha piccoli precedenti per droga (in Italia) risalenti a 16 anni fa si è visto rifiutare l’ennesimo rinnovo del permesso. È stato dichiarato pericoloso per la comunità svizzera, nonostante sia il Tram sia il Tribunale federale hanno già statuito che, in casi simili, il diniego del rinnovo non è giustificato. Il Consiglio di Stato ignora le leggi ma il direttore del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, come si vedrà più avanti, ha un’interpretazione diversa del concetto del rispetto delle norme.

La questione non può essere soltanto tecnica, deve essere preceduta dalla questione etica. Da quando, nel 2015, il Cantone Ticino ha introdotto l’obbligo di presentazione del casellario giudiziale per la richiesta o il rinnovo dei permessi, i casi di diniego sono aumentati. E questo è l’aspetto tecnico che nessuno metterebbe in discussione se le domande fossero rigettate in modo lecito. Negare il permesso a un cittadino straniero che vive in Svizzera da oltre un decennio per un piccolo reato commesso in un altro paese 6 anni prima coincide con una totale spersonalizzazione dell’individuo: come se il lavoro svolto in Svizzera, i rapporti sociali intessuti, gli affetti instaurati non avessero avuto modo di esistere.

Un errore di gioventù non dovrebbe inficiare sul futuro di chi, peraltro, da quando ha messo piedi in Svizzera non ha mai dato problemi. E, a patto che un errore commesso in passato debba pregiudicare il futuro di un individuo, l’avere fumato e venduto qualche grammo di cannabis non dovrebbe rientrare nell’elenco degli errori che non lasciano via d’uscita.

Il vero problema è che, in assenza di un’adeguata questione etica, ogni decisione presa è per principio sbagliata. L’etica come punto di partenza per assumere posizioni è un concetto compreso ovunque, tranne a Bellinzona. La stessa Bellinzona bacchettata dal Tram a più riprese, la stessa Bellinzona che esige il rispetto delle norme e non vi si adegua.

I numeri
Nel 2013 le domande di permesso di vario genere rifiutate sono state 192, nel 2019 sono diventate 908. I ricorsi contro le decisioni sono aumentati dai 290 del 2012 ai 557 del 2019. I ricorsi accolti dal Tram erano il 28% nel 2015 e si sono assestati al 47% nel 2019. In parole povere, circa un ricorso su due smentisce la decisione delle autorità le quali adducono, per giustificare il diniego, motivi non validi. E nonostante questo continuano a farlo perché, secondo l’avvocato Paolo Bernasconi (al minuto 25 circa del video) non tutti i cittadini hanno le risorse per ricorrere contro le decisioni prese e su questo l’autorità preposta farebbe un grande affidamento. Lo stato di diritto, nel dipartimento delle Istituzioni, è a geometria variabile.

 

La legge
Le leggi sono chiare: i diritti dei cittadini possono essere limitati soltanto in caso di pericolo per la sicurezza pubblica o per ragioni di ordine pubblico. La mannaia cade indistintamente su chi ha commesso reati gravi e chi ne ha commessi di “perdonabili” senza mai dimostrarsi recidivo.

Ma il rispetto delle leggi e dei diritti fondamentali in Ticino (si vedano i casi perenni delle Autorità Regionali di Protezione o il più recente scandalo del Medico del traffico) sono concetti sconosciuti o conosciuti con una miopia preoccupante.

Il Tram bacchetta Bellinzona in modo secco

Una buona parte dei contenziosi inutili e facilmente evitabili che intasano le scrivanie del Tribunale, riguardano proprio l’applicazione del diniego di permessi laddove non ce ne sarebbe bisogno, perché non vi è timore per l’ordine pubblico e la sicurezza.

L’ufficio di migrazione e il servizio ricorsi del Consiglio di Stato, dice il Tram, non svolgono il proprio ruolo a dovere, ignorando non soltanto le decisioni del Tram medesimo, ma anche la giurisprudenza del Tribunale federale. Quando vogliono, a Bellinzona, pure nel ruolo di organi sottoposti alle decisioni della giustizia, salgono in cima all’Olimpo e impugnano lo scettro del comando assoluto. Idea che cozza rumorosamente contro i principi democratici.

In altre parole, sia l’ufficio migrazione sia il servizio ricorsi del Consiglio di Stato dovrebbero evitare, laddove è ragionevolmente possibile, che un ricorso venga presentato al Tram. Non soltanto questo non avviene, ma il Tram deve prendere posizione in merito a situazioni fotocopia al cui proposito ha già statuito.

Il cittadino dovrebbe essere molto più sensibile alle disfunzioni istituzionali, non tanto perché le istituzioni vengono finanziate dai contribuenti, quanto perché il giorno che dovesse finire nelle maglie – per una qualsivoglia necessità – di istituzioni incapaci e incompetenti, ne verrebbe macinato come qualsiasi altra persona.

Nel servizio di Falò Silvia Gada, a capo della sezione della Popolazione, fa sempre la vaga. Accusa il Tram di non comprendere la reale entità del lavoro che svolge l’ufficio che dirige, si perde nella sempiterna storiella che raccontano le autorità quando dicono di “fare fatica a discutere di un singolo caso di cui non hanno memoria”, mentre il Tram lamenta una serialità nell’assumere decisioni sbagliate erigendo a compromettenti delle motivazioni esili. Un ulteriore storiella da raccontare ai cittadini acritici in risposta a un monito preciso del Tram che accusa le istanze inferiori di continuare a ignorare le decisioni precedentemente prese.

I controlli
La polizia svolge controlli senza raziocinio, seguendo una procedura fatta per trovare problemi laddove non ci sono. Lo scopo è capire che il centro dell’interesse del cittadino non è in Ticino e, per farlo, entrano a piè pari nella vita privata delle persone. Interrogatori, svolti dalla polizia cantonale e dalla comunale, che durano anche più di 4 ore. Una procedura scombussolata e convulsa grazie a cui si riesce a sostenere che una persona non ha tutti i requisiti per vedersi rinnovare il permesso, anche se ha aperto un’azienda investendo cifre ingenti, perché passa qualche notte a casa della fidanzata Oltreconfine. Questa è volontà di impedire alle persone di avere una vita normale, è volere trovare a tutti i costi un problema dove problema non c’è. È l’assenza di equanimità che uno stato di diritto dovrebbe garantire, è il pregiudizio, è l’esclusione a ogni costo.

Metodi indegni di uno stato di diritto, si dice nel servizio di Falò.

Per fare una perquisizione domiciliare, misura assolutamente invasiva, ci vogliono più autorizzazioni in ambito penale di quante ne esigano i controlli degli stranieri in rapporto al permesso di cui godono per restare in Svizzera. C’è una questione di proporzionalità che un buon governo dovrebbe dosare con maggiore cautela e responsabilità, al posto di ricorrervi senza reali motivi.

Il parere del direttore del dipartimento delle istituzioni
Si tratta di un numero ristrettissimo di casi, sostiene Norman Gobbi. Meno dell’1% delle richieste.

Non una parola sui metodi utilizzati, non una parola di ravvedimento nonostante sia il Tram sia il Tribunale federale si sia più volte espresso sbugiardando, direttamente o meno, le decisioni prese dalle autorità preposte. Anzi, se una legge è blanda, il Consiglio di Stato la reinterpreta a proprio modo.

Non sono numeri, tuttavia, sono persone. E al di là dell’entità numerica i tribunali hanno più volte bacchettato il Consiglio di Stato. Per Norman Gobbi però l’esecutivo non ha ignorato le leggi, le ha applicate in modo molto più rigido (minuto 62 del video) perché non condivideva la giurisprudenza.

Segnali di pericolo
Applicare una legge in modo più rigido perché non la si condivide non ha senso neppure in italiano. Se il presupposto del direttore del dipartimento delle Istituzioni, il quale teme che lasciando sul territorio chi ha commesso piccoli reati può sfociare nel riservare lo stesso trattamento a chi ha commesso reati più gravi fosse ragionevole, allora il cittadino deve temere che il Consiglio di Stato possa applicare in modo più rigido altre leggi, magari inasprendo pene e misure al di là di quanto consentito dalle norme. Tanto poi, in fase di ricorso, la vittima dell’abuso otterrà ragione. E il conto non lo paga nessuno. Film già visto. Film già visto in materia di medico del traffico, in materia di infrazione alle leggi federali sugli stupefacenti, film già visto in materia di Autorità regionali di protezione.

La lezione che non c’è
I media tacciono, il Consiglio di Stato non si pronuncia, il parlamento guarda altrove. Nessuno impara.

 

 

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