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47 anni davanti allo schermo

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47 anni, il cronista, ilcronista

Fughiamo subito ogni critica: i dati sono relativi ai cittadini italiani o, meglio, un campione di essi. Nessuno vuole paragonare gli italiani agli svizzeri (o ai ticinesi in particolare). Si tratta di numeri che però fanno riflettere. Si può anche obiettare che un campione di 2000 individui, statisticamente, è molto poco rappresentativo. Ed è vero. Ma al di là dei numeri, a fronte di una vocazione alla televisione (televisione, ovvero l’atto di guardare il televisore), ai dispositivi mobili e ai computer, c’è davvero il rischio di spendere gran parte della nostra vita davanti a uno schermo.

Il sondaggio è stato commissionato da un’azienda che produce e vende lenti a contatto e questo, volendo essere critici, potrebbe significare un interesse particolare nell’evidenziare, enfatizzandolo, lo sforzo a cui sottoponiamo i nostri occhi. Ma qui non parliamo né specificatamente dei 47 anni passati incollati a un monitor, né di occhi o di lenti a contatto.

La tecnologia ci assorbe. Tv, console, e-reader, tablet, smartphone, computer. Una parte della giornata, al lavoro, dobbiamo dedicarla all’uso del pc, non se ne può fare a meno.

E il lavoro è tempo che togliamo alla vita privata. Non è tempo buttato, non soltanto perché ci dà da mangiare, ma perché ci dà capacità, cultura del lavoro, ci insegna a rapportarci agli altri in un ambito non sempre amichevole o cordiale, a risolvere problemi – anche di caratura – ci insegna a essere professionali e presenti anche nei momenti più complicati della nostra vita.

Prima del lavoro c’è la scuola e, anche in questo caso, non è tempo perso, ci mancherebbe.

Considerando che in media passiamo 8 ore a dormire, un uomo di 75 anni ne passa 25 tra le braccia di Morfeo (anche se è una frase usata in modo perfettibile, perché Morfeo è il dio dei sogni, mentre Ipno è quello del sonno).

Consideriamo i casi “limite” al limite del normale. Un genitore. Dopo avere passato 8 (ma anche 10) ore al lavoro, deve occuparsi delle faccende quotidiane, tra casa, spesa e commissioni in genere, i figli.

Il calcolo delle ore spese a non coltivare la nostra esistenza è di difficile precisione. Si tratta di valori medi, molto ballerini. Ciò non toglie che i numeri fanno riflettere.

Si può obiettare che famiglia, lavoro e scuola sono parti integranti della nostra esistenza. Indiscutibile. Ma che ne è di “quel tempo” per noi stessi? Quello durante il quale pensare, capire, migliorare?

La quasi realtà dei fatti
Venticinque anni di vita passati dormendo, considerando un lavoro da 40 ore a settimana (per 11 mesi l’anno) svolto per 45 anni (tra i 20 e i 65 anni, tanto per fissare dei parametri), se ne deduce che una persona passa al lavoro, complessivamente, 9 anni della sua vita.

Proviamo ad aggiungere, facendo un calcolo moderatamente azzardato, che passiamo 10 ore la settimana in automobile (tra spostamenti, traffico, ricerca di un parcheggio e semafori rossi), otteniamo 520 ore ogni anno (arrotondiamole a 20 giorni, per comodità). Anche in questo caso, considerando un lasso di tempo che va dai 20 anni di età fino a 65 anni, abbiamo 900 giorni spesi in automobile, ovvero 30 mesi che equivalgono a 2 anni e mezzo.

Rifacciamo il punto: 25 anni dormendo, 2 anni e mezzo alla guida, 9 anni al lavoro. Un calcolo molto morbido e per niente preciso restituisce che togliamo alla nostra vita 36 anni. Aggiungiamo il tempo speso davanti a un monitor, considerando i 47 anni dichiarati dallo studio che qui citiamo un po’ parziali, togliendo da questi 10 anni per zelo e i 9 anni passati al lavoro (certo, non stiamo incollati tutto il giorno davanti al computer, ma tutto il calcolo è spannometrico), fanno 28 anni i quali, aggiunti ai 36 anni ottenuti dai precedenti calcoli, danno 64. Sessantaquattro anni. Coltivare i propri interessi, dare spazio a passioni e vocazioni – aspetti che dovrebbero essere centrali nella vita di ogni individuo – diventano un aspetto puramente periferico della propria esistenza.

Qualcosa sbagliamo
Sempre stando al medesimo studio, che qui tendiamo a prendere alla “leggera”, il 59% dei duemila intervistati ha detto che non saprebbe come impiegare il proprio tempo, se non avesse uno schermo a riempirlo. Il 21% sostiene di avvertire ansia quando non può guardare il proprio smartphone.

Lo ripetiamo: i calcoli sono molto approssimativi. Ciò nonostante, da qualche parte, stiamo sbagliando. Ognuno tragga le proprie conclusioni (magari senza chiedere lumi a Google).

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