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Il deficit del Cantone Ticino, 230 milioni di scelte sbagliate

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Il primo ottobre il governo ha presentato il preventivo per il 2021, documento in cui si legge che – sul piano previsionale – l’esercizio si chiuderà con spese pari a 4,058 miliardi di franchi a fronte di ricavi di 3,828 miliardi, con un deficit di 230,7 milioni di franchi svizzeri che porterà il debito pubblico oltre i 2,2 miliardi.

Ci siamo presi il tempo necessario per leggere il documento (265 pagine di contenuti prolissi ma, soprattutto, senza linee programmatiche concrete). Quello che ne è emerso lascia basiti.

Il direttore Vitta parla di futuro
Il direttore del dipartimento delle Finanze e dell’Economia (Dfe) Christian Vitta parla di futuro facendo finta che non ci sia un passato. Il passato economico è questo: durante il 2019 (in epoca pre-covid) le importazioni nel Cantone sono aumentate del 14,9% e l’export è diminuito del 9,3%. Guardare al futuro senza tenere conto di questi dati è proporre una soluzione non applicabile a un problema reale.

La bilancia commerciale dell’economia svizzera è passiva ma è normale. All’importazione di merci dall’estero segue, di norma, un’esportazione delle materie prime trasformate e quindi con un valore aggiunto. Se l’aumento dell’import supera la diminuzione delle esportazioni, sul breve periodo almeno, c’è da registrare un reale problema che può essere superato soltanto facilitando l’export e non intervenendo con algoritmi illogici che non tengono conto, peraltro, di altri aspetti della fragile economia ticinese. Questi aspetti sono, tra tutti, i minori ricavi fiscali registrati durante il 2020 (circa 164 milioni di franchi, in calo dell’8%) e il troppo affidamento su un incremento della distribuzione dell’utile della Banca Nazionale Svizzera che, realmente, dovrebbe crescere. Cosa positiva, certo, ma che non permette di vedere rosa.

Inoltre, c’è da tenere conto degli effetti del post-covid e del lockdown. La tendenza a non individuare i problemi reali e a immaginare soluzioni fantasiose è comune a tutti i dicasteri cantonali. Vitta sembra essersi adeguato a un leitmotiv che aleggia sul Ticino da circa 30 anni.

Quella crescita di cui non c’è traccia
I dati sull’impiego mostrano una crisi. E non ci si può attendere ragionevolmente nient’altro, giacché né governo né parlamento hanno saputo attuare politiche valide per smuovere il sofferente mercato del lavoro. Vitta però parla di un ipotetico aumento delle entrate fiscali per il Cantone, non si capisce bene – seriamente – dove veda questa possibilità, considerando che tutti gli indici suggeriscono il contrario. Il Dfe scommette su una ripresa economica che, senza interventi mirati, difficilmente ci sarà. Il futuro programmatico delle risorse del Cantone è disegnato su uno scenario improbabile. Questo è quanto.

La ricetta che Vitta non vede
Dalle pagine di Area, l’economista Sergio Rossi dà lezioni di facile economia al ministro Vitta: investire per risollevare le sorti dell’economia. Facile. Pulito. In ogni caso meglio dei panorami fantastici che il Dfe vede dalle finestre di Bellinzona.

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