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Il Ticino ha bisogno di un dipartimento per l’Innovazione (e intanto rimane poco attrattivo)

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il cronista, ilcronista

Un report curato dal Credit Suisse e rilanciato da Tio conferma ciò che già si sapeva: il Ticino è tra le maglie nere, in Svizzera, per capacità di attrarre aziende. Non è un caso che Zugo abbia ripreso la prima posizione della graduatoria, scavalcando Basilea Città.

Non è della notizia in sé che vogliamo parlare, ma del perché della situazione.

Quello che l’indice Credit Suisse non valuta abbastanza
L’IQL, ovvero l’indicatore di attrattività, tiene conto soprattutto della pressione fiscale per le persone fisiche e per quelle giuridiche, la facilità con cui un territorio può essere raggiunto (la logistica è un punto di forza svizzero su tutto il piano continentale) e la presenza di manodopera qualificata e altamente specializzata.

Meno enfasi, a nostro avviso a torto, viene data alla capacità di innovare. Non c’è altra strada che il Ticino possa percorrere per rilanciarsi, se non quella dell’innovazione ad alto valore aggiunto. Non si tratta di collocare sul territorio aziende che possono chiamare manodopera da Oltreconfine, ma di aziende nei cui bilanci la voce “stipendi” non è il primo costo a cui guardare. Aziende che fanno ricerca e sviluppo e che, fosse soltanto per una questione di segreti industriali, hanno interesse ad assumere persone residenti nelle zone in cui sono presenti.

Per capire questi aspetti dell’industria altamente innovativa e a valore aggiunto, ci vogliono orecchie allenate che a Bellinzona, considerando tutti i 95 rappresentanti del popolo, non soltanto non ci sono, ma sono lungi dal potere esserci.

E il dipartimento per l’Innovazione?
Sono mesi che lo sosteniamo: in Ticino serve un dipartimento per l’Innovazione che non sia gestito da politici ma da manager con profonda conoscenza della materia, ai quali venga assegnato un mandato per lo meno quinquennale. Manager che, preferibilmente, dovrebbero venire dall’estero per non portare con sé retaggi della paccottiglia culturale dei partiti ticinesi e, nel contempo, riuscire a mantenervi le distanze. In alternativa siamo pronti a scommettere su Mauro Dell’Ambrogio.

L’unico partito che sembrava avere capito l’importanza del comparto tecnologico per il Ticino è il PLR che, però, si è spento sulla distanza da quando Rocco Cattaneo (mai compreso fino in fondo dall’elefantiaca politica ticinese) non ne è più presidente.

Sembra che un Ticino crocevia per raggiungere mercati internazionali sia un tema che non sta a cuore a nessuno, probabilmente perché nessuno lo capisce appieno.

Eppure, per citare un caso si può fare ricorso a Israele che oggi è il portale a cui tutte le aziende che producono Intelligenza artificiale (AI) guardano, questo aspetto è chiaro. Per arrivare negli Usa, in Australia o in Asia, molte aziende aprono succursali a Tel Aviv. Da lì agli altri mercati la strada è più breve, perché Israele – segnatamente per l’automazione e l’AI – è un marchio di fiducia.

Chi scrive è certo che, con una sana politica di attrazione non già di tutte le aziende ma di aziende selezionate, in Ticino si possano creare 500 posti di lavoro in 5 anni e 1000 in 8 anni. Posti di lavoro che ne creeranno altri, posti di lavoro stabili, retribuiti secondo logiche di inquadramento e comunque superiori alle soglie indicate dai contratti di lavoro nazionali. Posti di lavoro che distribuiscono ricchezza ai residenti.

Il caso Zugo
È la “Cripto Valley” mondiale. Ovunque nel mondo si guarda a Zugo non soltanto per il suo potenziale nel mercato delle criptovalute, non soltanto per le capacità tecniche ma anche per la regolamentazione che ne è seguita. Un modello per tutti. Non è un caso che, nella classifica Credit Suisse guardi tutti dall’alto.

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