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Startup, bene la Svizzera. In Ticino solo un franco ogni 20 investiti

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Governo e parlamento e, con questi, buona parte dei grandi attori economici in Ticino, si ostinano a non volere afferrare il potenziale delle aziende con valore tecnologico e innovativo. Le chiamano startup che, letteralmente, è il termine con cui vengono identificate quelle imprese in fase di avvio e, nonostante lo svarione linguistico, molti media continuano a chiamarle nello stesso modo anche quando sono aziende avviate ormai capaci di sostentarsi con le proprie gambe. Ma, terminologia a parte, la Svizzera si difende bene nel panorama europeo, il Ticino no.

Questione culturale
Questione culturale, si dirà. Una terra semplice, per lo più boschiva (il 52% del territorio cantonale è area verde) non è aperta alla tecnologia. Ha un senso, certo. Occorre però vedere di chi è, la questione culturale: dei cittadini, del parlamento, del governo o dell’economia? Un cittadino senza impiego davvero non accetterebbe un lavoro in un’azienda ad alto valore tecnologico? Un imprenditore che sa leggere i tempi non punterebbe sulla digitalizzazione della sua azienda? Per esclusione, chi davvero non è pronto siede a Bellinzona.

Attirare le startup giuste
C’è startup e startup. Del resto c’è anche azienda tradizionale e azienda tradizionale. Banalità, ma vista l’aria che tira a Bellinzona, occorre partire dalle basi.

Occorre una legge scaltra che attiri quelle aziende che fanno soprattutto ricerca e sviluppo. Il Ticino è terra privilegiata come poche, anche in questi ambiti, ma gli imprenditori di caratura guardano altrove. Molti di questi neppure sanno dove sia, il Ticino. E non possiamo lasciare che continuino a non saperlo.

Smart city, IoT e IIoT (internet delle cose e internet delle cose per il comparto industriale), tech finance e salute sono i terreni su cui insistere. Banche e ospedali, industria e città a misura d’uomo per sviluppare le tecnologie. Cosa manca al Ticino? Ha tutte le carte in regola, se a Bellinzona sapessero cos’è una startup, chi la finanzia, quali filosofie le animano e quali obiettivi (anche sociali) si pongono. Se il punto di vista (politico e di politica economica) è sempre la solita tiritera dello “straniero che viene in Ticino a fare quello che vuole”, allora alziamo le mani.

O le startup si insediano in Ticino per poi procedere con un percorso di internazionalizzazione o cominciano a farlo altrove, senza poi dovere ambire a conquistare il mercato ticinese, preferendo probabilmente insediarsi nella vicina Italia per puntare al mercato peninsulare. Occasioni perse, una dietro l’altra.

Bene la Svizzera, male il Ticino
Nel corso del 2019 le startup svizzere hanno attirato investimenti per 2,3 miliardi di franchi (in forte aumento, circa di un miliardo di franchi, rispetto al 2018). Questo fiume di quattrini è andato Oltralpe, in Ticino sono arrivati soltanto 118 milioni, un franco ogni venti investiti in svizzera.

Questi 118 milioni di franchi hanno un sapore due volte relativo: oltre al essere il 5% dei capitali che le startup svizzere hanno saputo attirare, per lo più (107 milioni) sono andati a una sola startup.

Gli unicorni, ovvero le startup con valore superiore al miliardo di franchi, sono quattro in Svizzera (una delle quali è quotata in borsa a New York). In Ticino nessuna.

Impiego e innovazione al palo
Considerando che le autorità ticinesi preposte non riescono a sfruttare il volano che le aziende innovative danno a impiego, economia e innovazione, è difficile pensare che in futuro la situazione del mercato del lavoro e delle retribuzioni possa migliorare.

Lo invochiamo da mesi: serve un dipartimento dell’Innovazione. E non dovrebbe essere assegnato alle urne.

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