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Super Norman a chi?

Non è la caduta di stile del presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, è il suo modo di pensare che lo rende molto poco “super”. Ma ai ticinesi piace. Questione di busecche.

Ha tenuto banco – e ingiustamente – la poco felice uscita del direttore del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi che ha detto chiaramente cosa pensa degli italiani. Non stupisce, non deve stupire. La discriminazione è uno dei temi che porta avanti da sempre. Che Gobbi non amasse l’Italia e i suoi cittadini non è una notizia. Che Gobbi ignorasse la possibilità che i ticinesi avessero affetti al di là del confine, mostra invece due elementi sempre più palesi: impreparazione culturale e politica.

Dovrebbe fare più scalpore la faciloneria con cui un consigliere di Stato si presta alle telecamere fornendo pessima immagine di sé. Sapeva di essere in prossimità di telecamere e microfoni e, al posto di avere quel contegno che da un direttore di un dipartimento cantonale si esige come minimo sindacale, si è lasciato andare nella versione peggiore di sé. Che, fatalmente, sia anche presidente del Consiglio di Stato, è soltanto una considerazione a latere.

Coerenza e responsabilità
Primavera 2016: Gobbi e il direttore del dipartimento delle Finanze e dell’Economia Christian Vitta vanno a Roma. Il primo a parlare di sicurezza, il secondo di accordi fiscali. Al rientro in Ticino Gobbi, dalle pagine del suo blog (sul quale ritorneremo poi) dice che l’incontro è stato proficuo e parla di “punti di vista condivisi” tra Italia e Ticino.

Due giorni dopo, in occasione di un’uscita poco centrata dell’allora premier italiano Matteo Renzi, Gobbi ha deciso di dire la sua, prendendo in giro quello stesso paese a cui due giorni prima aveva detto grazie e con il quale ha comunque un debito morale, considerando che ha chiesto e ha ottenuto informazioni riguardo ai temi caldi della sicurezza e del territorio. Qui il punto non è che ci si attende di più dal direttore di un dipartimento cantonale, ci si attende di più da chiunque stia rappresentando un’entità terza. Lo si esige dal lavoratore che agisce per conto e in nome dell’azienda per la quale lavora, lo si esige nella normalità degli scambi interpersonali, a maggiore ragione lo si esige da Norman Gobbi. Sia dal “Norman Gobbi cittadino a cui ribollono le busecca”, sia dal Norman Gobbi ministro. Questione di etica e di morale. La prima insegna che si può avere la dignità di assumere una posizione anche rimanendo nel torto (sia questa chiedere scusa o, più semplicemente, tacere), la seconda è la cortesia che si usa con i vicini di casa, anche quelli che ci stanno meno simpatici. Doti entrambe assenti nelle due versioni di Gobbi: quella di politico e quella di cittadino con le busecche infiammate.

Coerenza e responsabilità sono due mot clés a cui Gobbi fa sempre più sovente ricorso. Raccomanda al popolo di farne uso e si auto-esclude dal dare l’esempio. Il leitmotiv è sempre il medesimo: questo il popolo ha voluto, questo il popolo ha ottenuto.

E i ticinesi?
La politica estera è importante. È la vetrina che un paese offre di sé, popolazione inclusa. Andare a chiedere informazioni al vicino di casa e poi farsene gioco è poco furbo. Offre una proiezione di sé povera di forme e contenuti. Proiezione che diventa ancora più povera se si comprende che il ricongiungimento tra ticinesi e lombardi non è un problema soltanto degli italiani, ma anche dei ticinesi che rappresenta. Se si parla di ricongiungimento, lo spieghiamo per esteso, significa che persone in Italia hanno affetti in Ticino (e viceversa). Se, concettualmente, l’idea secondo cui tocchi all’Italia occuparsi degli italiani è poco ortodossa, Gobbi si è dimenticato che sarebbe anche suo compito occuparsi dei ticinesi. Qui emerge una forma di discriminazione che supera persino il suo ruolo istituzionale e politico. L’importante è mettere i paletti al confine, poco importa chi ne fa le spese.

Il blog di Gobbi
Il blog di Norman Gobbi è una pietra miliare della comunicazione fatta male, un’esaltazione del sé senza ordine e logica. Dalle pagine virtuali del suo diario di bordo tende ad assolversi, sostiene che la sua infelice uscita sia poco più di una frase rubata, facendo finta di non capire che non è il “furto” l’oggetto del contendere, ma la frase. A ben vedere non gli è stata “rubata”, l’ha offerta con impressionante leggerezza alle telecamere. Insomma: non si deve scusare. Quando si parla di permessi negati ingiustamente, decide che tutto è stato svolto nel rispetto delle regole. Decide tutto lui. Anche che degli italiani (e dei ticinesi che hanno legami con questi), non gliene frega un ca@@o.

Contento lui e gli 80mila ticinesi che hanno votato per ottenere questo, perché di risultati concreti, a casa, Gobbi e la Lega ne hanno portati pochini.

La responsabilità come mantra
Sempre sul blog del ministro, la parola “responsabilità” si sussegue con regolarità da ormai diversi anni.

Ora attendiamo che si assuma le proprie responsabilità, perché la faciloneria con cui affida ai media pensieri non edificanti è ben poca cosa rispetto a ciò che fa. Si assuma la propria responsabilità quando crede di parlare a nome di tutti i ticinesi senza controprova alcuna (fino a prova contraria, cedendo al richiamo di una facile lettura, parla a nome dei suoi elettori che non coincidono con “tutti i ticinesi”), si assuma la propria responsabilità quando non risponde alle domande dei giornalisti. Si assuma le sue responsabilità se la situazione, in Ticino, non è migliorata neppure da quando la Lega è al governo.

Un conto è parlare al suo elettorato, un conto è credere che tutti i ticinesi siano il suo elettorato.