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Il Covid sta mostrando l’impreparazione del governo

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Noi de ilCronista lo stiamo dicendo da mesi: il Covid è una cosa troppo seria per essere affrontata da questo governo. I sospetti che abbiamo avuto durante la primavera sono diventati certezze con il passare dei mesi.

A inizio novembre anche Liberatv – senza volerci ovviamente dare manforte – è giunta alle medesime conclusioni, pure se con uno stile giornalistico più morbido. Una decina di giorni prima, a fine ottobre, ci eravamo chiesti cosa avesse fatto il governo, durante i mesi più caldi, per prepararsi a quella che, all’epoca, era indicata come seconda ondata. La risposta è davanti agli occhi di tutti. Il governo e il parlamento non hanno fatto niente.

Le nuove misure annunciate il 7 dicembre possono dare risultati (meglio se si rispetta il lavoro di chi contribuisce all’erario, con aiuti a fondo perduto) ma è la loro necessità a screditare la gestione del governo, perché a questo punto, il Ticino, non ci sarebbe dovuto arrivare e, se oggi la situazione è molto seria, è proprio a causa dell’incapacità di quell’Esecutivo che oggi fa la voce grossa al posto di interrogarsi sui propri fallimenti.

Partiamo da qui
Durante la conferenza stampa del 7 dicembre Norman Gobbi ha sostenuto che: «La situazione non è soddisfacente, c’è pressione sulle strutture sanitarie. La percezione sul territorio nazionale è differenziata, alcuni cantoni hanno reagito, altri all’invito del governo a rafforzare le misure hanno risposto picche».

Tra i cantoni che hanno “risposto picche”, stando all’apprezzamento fatto dal governo federale, c’è anche il Ticino. Benché delle misure siano state attuate, queste non si sono rivelate sufficienti. Produrre qualcosa che non ha scopo e “rispondere picche” non sono certamente la stessa cosa, ma non sono neppure agli antipodi. L’inasprimento delle misure auspicato da Berna è cucito attorno alla situazione nei Cantoni più problematici e il Ticino è tra questi. Fare finta di non fare parte del problema non produce granché. Non si capisce bene cosa abbia voluto dire il ministro Gobbi il quale, giova ricordarlo, lo scorso aprile aveva scaricato su Berna gran parte delle responsabilità dei disagi creati dal Coronavirus. (Anche sui “festaioli lombardi”, ma questa è altra storia).

Poi, altra frase indubbiamente interessante (con annesso tentativo di sviare l’attenzione): «Le normative vogliono essere garanti della sicurezza sanitaria ma anche della libertà individuale. Se le misure non dovessero dare i risultati auspicati bisogna stringere ancora, ma vogliamo evitare chiusure generalizzate», sostenendo di confidare in un Natale con meno restrizioni di quelle attualmente in vigore in Lombardia, come se tracciare paragoni con altre realtà (dopo avere detto, una manciata di secondi prima, che sul territorio nazionale la percezione è differenziata, ha parlato di una differenziazione esterna alla Svizzera, come a sostenere che c’è chi fa “peggio” e quindi, in Ticino, va tutto bene).

Questo non ha nulla a che vedere con le vere responsabilità: è il Ticino che non ha capito quanto fosse necessario alternare scuola in presenza e a didattica, arrivando a varare un piano di orari scaglionati per l’accesso alle aule che snervasse il carico dei trasporti e che non ha dato effetti apprezzabili.

Non imparare dagli errori
Secondo il direttore del reparto malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, (sì siamo in Italia, ma a una manciata di chilometri dal Ticino), la leggerezza estiva della Penisola è costata la vita a 20mila persone. I numeri ticinesi sono ovviamente diversi e ben minori, ci si chiede perché il governo non ammetta di essere concausa del problema che il Ticino sta vivendo oggi e si ostini a fare finta che la colpa sia di Berna e dei cittadini disobbedienti (entrambe materie di competenza dell’Esecutivo).

La scuola (e gli spostamenti necessari per raggiungere le aule) è un problema che il governo non ha ancora risolto, soprattutto perché non avverte la realtà dei fatti: in Piemonte, dati alla mano, la chiusura delle scuole ha abbattuto i contagi.

E Berna bacchetta tutti
Le misure comunicate dal governo il 7 dicembre sono reattive, seguono la strigliata che Berna ha dato al Ticino il giorno precedente. Fatto molto grave, perché il presidente del governo Norman Gobbi ha prima criticato la politica di Berna e non ha però guardato le spalle ai ticinesi, facendosi riprendere dalla Confederazione. Un fatto increscioso che mostra ancora una volta i limiti dell’Esecutivo cantonale.

Ora Berna pensa di inasprire le misure in tutta la Svizzera, anche in quei Cantoni virtuosi, in cui la situazione va decisamente meglio che in Ticino. Questo inasprimento è conseguenza della pessima gestione dell’emergenza da parte di alcuni Stati, Ticino incluso. Una punizione di tipo militare, laddove tutti pagano gli errori di pochi. Logica che il ministro Gobbi conosce molto bene. E, ancora, fa finta di niente.

Nessuna reazione
Anche davanti alle immancabili polemiche dei settori commerciali più colpiti dalle nuove misure (che sarebbero potute essere meno stringenti se Bellinzona avesse svolto il proprio compito) il governo non ha argomenti validi, si limita a ripetere la solita filastrocca, come se i problemi odierni, tangibili e reali, non dipendessero in parte dalle politiche lasche adottate fino a oggi.

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