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Riforma delle ARP: manca l’etica

La riforma delle ARP proposta dalle autorità è priva di etica, di senno e di senso. Siamo in balìa di diffusa incapacità

Questo articolo è scritto in collaborazione con l’ Associazione StopARP.

Le autorità preposte, segnatamente la Divisione della giustizia diretta dalla signora Frida Andreotti (che fa capo al dipartimento delle Istituzioni) e con essa tutto il Consiglio di Stato, stanno lavorando alla riforma delle Autorità Regionali di Protezione (ARP) proponendo alla pubblica consultazione un canovaccio che non offre garanzie di nessun tipo.

Va riconosciuto che la pubblica consultazione è un segnale di distensione che lo stato offre alle parti coinvolte ma va sottolineato che i cambiamenti proposti si prospettano all’acqua di rose. Per il momento sembra che la nuova struttura di protezione, così come concepita, sia soltanto il rifacimento della carrozzeria di un’automobile con il motore non funzionante.

Cosa manca

L’etica. Non ce n’è traccia. Eppure diamo per assodato che i dilemmi attuali debbano essere esaminati partendo proprio dall’etica, affinché sia questa a dettare cambiamenti, correttivi e soluzioni. Nei documenti forniti dalle autorità, tuttavia, l’etica non è presa in considerazione. Lo si capisce dall’assenza di misure atte a rimediare ai torti fatti, fosse soltanto un supporto alle persone le cui vite sono state stravolte dalle decisioni prese dall’attuale assetto tutorio, molto spesso al di fuori da ogni logica e in una qual certa misura fuori dal diritto. Niente di diverso dal silenzio preoccupante dietro al quale si trincerano le autorità quando non sanno più cosa rispondere.

Manca anche la trasparenza: uno dei problemi dell’assetto tutorio risiede nella preoccupante serialità con cui i mandati esterni (perizie, esami, pareri) siano assegnati a un ristretto cerchio di persone le quali, per altro, tendono a redigere “referti fotocopia”, complicando situazioni che hanno bisogno di essere dipanate e non certo appesantite. I cittadini, a nostro avviso, dovrebbero sapere quanti mandati sono stati assegnati a chi, e perché.

Manca la predisposizione di un osservatorio esterno che abbia facoltà di accedere ai casi trattati, resi ovviamente anonimi, affinché si sia certi che siano applicate le norme e non ci sia più spazio per le punizioni che le ARP attuano allorquando un cittadino “osa” non essere d’accordo con le decisioni prese. E questa sarebbe una forma di rispetto delle autorità nei confronti dei cittadini che devono servire, messaggio che però è andato perso nel tempo, così come sarebbe una forma di rispetto garantire che la platea giudicante sia idonea, magari introducendo l’obbligo di sottoporsi a perizia psichiatrica per essere riconfermati nell’assetto tutorio.

Manca la garanzia che presidenti di ARP, segretari, membri permanenti e altre figure correlate alle ARP non facciano più parte del nuovo assetto. I casi sottoposti all’Associazione StopARP, così come gran parte dei casi che sono stati resi noti dai media, non danno spazio a interpretazioni diverse dalla profonda impreparazione e incapacità di molte delle persone che lavorano attualmente per le ARP. Riversarle nel nuovo assetto sarebbe deleterio.

Manca una sana presa di responsabilità: chi paga per i danni fatti? (Non stiamo parlando di denaro). Come ristabilire equità in situazioni che sono state aggravate dal tardo, impreciso oppure ossessivo intervento delle ARP?

Manca la filosofia di fondo che deve essere diversa dalla cultura attualmente dominante, secondo la quale un sospetto diventa una certezza senza prima avere fatto approfondimenti puntuali.

Cosa c’è

C’è un grande tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto e di lasciare credere che questa riforma equivalga a un’ammissione di responsabilità da parte delle istituzioni che, ormai consce del disastro compiuto dalle ARP, intendono voltare pagina. Un rimpasto di ruoli, luoghi e procedure. Ma, il succo, rischia di rimanere il medesimo squallore generato da enti, le ARP, di cui nessuno vuole prendersi la responsabilità.

Conclusioni

Emerge ancora, e ancora una volta con estrema forza, lo spregio con cui le autorità trattano i cittadini: emerge preponderante quella illegittima volontà dello stato di educare il cittadino al concetto fumoso e labile di “buoni costumi”, predandolo del diritto a vivere la propria vita come vuole (benché, si intende, rimanga all’interno delle norme civili e penali). Non è una riforma, è una riorganizzazione, l’ennesima e, come tale, c’è il grande rischio che non porti risultati apprezzabili.

L’Associazione StopARP, facendo ricorso a tutte le sedi opportune, farà di tutto per ottenere una riforma che sia tale e nella quale vengano stabiliti confini e responsabilità misurabili che lo stato e tutte le sue emanazioni dovrebbero riconoscere e assumersi. Più che una riforma delle ARP, c’è il rischio che si tratti di un ribaltone, un mescolare le carte che porta però sempre allo stesso sadico gioco.