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La realtà, quella vera, è sotto gli occhi di tutti a partire dai temi che più stanno a cuore ai ticinesi: lavoro, territorio, sicurezza.

Il 4 giugno il Corriere del Ticino ha pubblicato un’intervista emblematica (e come tale passata per lo più inosservata) rilasciata dal presidente di Veco Group Antonio Mandrà. L’effetto pandemico ha fatto accendere lampadine agli imprenditori (non a tutti, s’intende) e, seppure nel marasma, dal Covid-19 si possono estrapolare anche conseguenze positive.

Mandrà però guarda soprattutto alle aziende, settore più aderente alle attività di Veco Group ma enuclearle dal contesto non fa bene al contesto medesimo: in Ticino occorre un cambio di mentalità che riguardi anche le aziende, un cambio di mentalità a 360 gradi che includa scuola, sanità, istituzioni, economia (e quindi aziende, mentalità imprenditoriale, commercio, lavoro e consumi), capacità di leggere l’umore della cittadinanza, prospettive, visione e altro ancora.

L’età anagrafica non conta, ma conta molto

Quando, dalle pagine di questo medium facciamo critica ragionata ai cinque Consiglieri di Stato definendoli spesso “fuori catalogo” non ci riferiamo alla loro età anagrafica, ma al loro retaggio anagrafico. I direttori dei cinque dipartimenti sono tutti anagraficamente giovani, eppure sono soliti affrontare i problemi del Ticino con un’intelligenza generazionale vecchia che li incunea in una visione del mondo spesso suddivisa in toni chiari o in toni scuri, senza quell’apertura mentale necessaria a inquadrare le tonalità intermedie che, di fatto, racchiudono le soluzioni attuabili. Il Ticino ha bisogno di virare verso la digitalizzazione e chi dovrebbe spingerla non ha bene idea di cosa sia. Il Ticino ha bisogno di rifondare la scuola ma, tra gli addetti al lavoro, questa necessità non viene avvertita.

È comprensibile che accettare la necessità di digitalizzazione per rilanciare il Paese (economia, scuola, istituzioni, lavoro, …) possa piacere a pochi. Questo però non la rende meno necessaria. Che piaccia o no, questa è la via da seguire.

Mancano i fondamentali

L’assenza della cultura adatta è un male svizzero, lo dimostrano i recenti colloqui con Bruxelles. Ognuno è libero di pensare che l’Europa sia Biancaneve oppure la matrigna malvagia; credere che la Svizzera possa farne a meno corrisponde a un’idea feudale di quel mondo che, invece, è sempre più collegato e aperto. Allo stesso modo, restare chiusi a riccio può essere una scelta effettuabile. Il vero problema è stupirsi delle conseguenze nefaste di questa chiusura, esattamente come ha fatto Grimilde. Il villaggio è globale, chi si chiude dentro i recinti non si difende dalle invasioni barbariche, si rende suscettibile di essere vittima di sé stesso. Rendersi viziati agli occhi di Bruxelles non dà frutti: non è una prospettiva di difficile comprensione, è una linea politica chiara improntata a salvaguardare i tessuti culturali ticinesi che soddisfa la parte più debole della popolazione la quale, in gran parte, coincide con quella fetta di popolazione più suscettibile alle difficoltà che sta attraversando il Cantone. A sua volta, questo attendismo da bambini viziati è privo di lungimiranza: questo modo novecentesco di fare politica e di intendere il mondo farà danni difficilmente riparabili.

Assenze di prospettiva e di umiltà

Per salvaguardare il Ticino occorre aprirsi: governo, parlamento, istituzioni, politica e attori economici di rilievo devono guardare all’estero, arrivare ad accettare le indicazioni di chi ha competenze reali e pratiche. I Paesi che ottengono migliori risultati sono quelli che importano competenze specifiche dall’estero, perché sono scevre dei pregiudizi culturali territoriali. Sembra un modo per fare cadere i fortini che difendono il castello ma, in realtà, è l’unico modo percorribile per evitare le “invasioni di massa” o la “desertificazione” che colpisce economia e lavoro, spingendo all’estero gli attori economici che sono in grado di trainare un Paese.

Guai a chi lo dice

Che la Svizzera e soprattutto il Ticino stiano salendo su una zattera per staccarsi dalle rive del futuro lo dice l’OCSE, lo dice chi le aziende lo conosce bene, lo dicono le banche che cercano soluzioni per penetrare sempre di più in mercati non ancora del tutto consolidati, lo dicono le assicurazioni che stanno testando nuove tecnologie, tra le quali la blockchain per incrementare la sicurezza e ridurre rischi e costi. Lo dicono i dati stagnanti di economia e mercato del lavoro. In fondo a questa catena, da mesi, lo diciamo anche noi de ilCronista.

Messaggi che arrivano da tante antenne puntate in tante direzioni. L’unico motivo per il quale ancora non sono stati colti è che non vengono capiti. Questo ci rimanda alla mancanza di umiltà e di fondamentali, all’inadeguatezza anagrafica. Ma guai a chi lo dice.

L’unico modo per conservare e preservare le meravigliose doti del Ticino e dei ticinesi, è cambiare.

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