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Matrimonio per tutti, l’ipocrisia dei contrari

Noi de ilCronista lo diciamo da sempre: i problemi attuali non possono essere risolti da un’intelligenza analogica del Novecento e, quindi, non possono essere demandati a un certo tipo di politica, soprattutto perché sono problemi etici e l’attivismo politico svizzero attuale, l’etica, non sa cosa sia.

Sembra poca cosa ma, in realtà, è proprio da questa scarsa nozione dell’etica che derivano i grossi temi irrisolti o risolti male.

Matrimonio per tutti” è diventato, forse anche involontariamente, l’emblema espanso di questa assenza di etica. Tra i detrattori (non sia mai che due donne possano allevare un figlio!) si parla persino di “diritto ai figli”.

Il referendum

Il 26 settembre il popolo sarà chiamato alle urne per decidere, tra le altre cose, anche del futuro della libertà degli individui. La questione non è però neppure lontanamente politica e questo lo si può dimostrare partendo da molto lontano, da ancora prima che la politica fosse pensata, costruita e sdoganata.

Quello delle alternative è un modus cogitandi semplice ma estraneo a molti politici: riescono a capire che la democrazia è imperfetta ma è comunque meglio delle alternative, non riescono a comprendere che affidare un bambino a una coppia omosessuale è meglio dell’alternativa di farlo crescere senza genitori, fermo restando che la questione della maternità e della paternità resta lo status normale, occorrerebbe capire anche come si possa sollevare questo argomento in quella Svizzera che fino agli anni Ottanta del secolo scorso privava i genitori dei figli con facilità angosciante e che ancora oggi, con il sistema tutorio, commette atrocità che spaccano intere famiglie.

Le coppie lesbiche possono procreare con l’ausilio di un donatore di sperma la cui identità, garantirà la legge, potrà essere nota al figlio biologico. E qui i sostenitori del referendum sostengono che fare crescere un figlio con il rischio che non possa conoscere suo padre è un abominio. Lo è di certo, ora però venga spiegato perché le ARP fanno crescere centinaia se non migliaia di bambini senza uno o entrambi i genitori, peraltro spesso in modo illegittimo. Si decida, questa politica di basso livello: se i figli hanno diritto a un rapporto coi genitori, tale diritto va sancito in favore sia dei figli di coppie omosessuali sia a quelli di coppie etero. L’impressione è che questa sia una delle tante differenze con cui gli oppositori alla legge vogliono inventare motivi di biasimo atti, in realtà, a nascondere ben altre ragioni.

Il diritto ad avere figli

Che non si possa istituire un “diritto ad avere figli” lo Dice la consigliera nazionale Verena Herzog, madre di tre figli e membro dell’UDC. Ha tutte le ragioni del mondo e, comunque, continua ad avere torto: usa il “diritto ad avere figli” per nascondere ciò che più sta a cuore al proprio partito, ovvero che i coniugi stranieri di cittadini svizzeri avranno accesso alla naturalizzazione agevolata, cosa non gradita al suo partito.

Però ha ragione: il diritto ad avere figli non deve essere sancito, è uno di quei diritti fondamentali che non possono essere neppure sfiorati dalle leggi, come il diritto a respirare, a pensare con la propria testa o il diritto di evidenziare quanto le parole della Herzog risuonino ipocrite.

La procreazione assistita diventa strumento di discriminazione

Nel pensiero referendario la procreazione assistita è una benedizione ma soltanto nel caso in cui la coppia sia formata da un uomo e una donna. In tutti gli altri casi no, dicono i referendaristi, perché poi anche le coppie di soli uomini vorranno avere figli, affittando un utero. Un dramma, un abominio contro natura e una distorsione dei precetti. In realtà è semplicemente apertura.

Uno strumento di inclusione che vuole stabilire normalità come la procreazione assistita (prodigio della scienza che, nel 1991, ha dimostrato anche quanto l’uomo sia fragile) viene reso uno strumento di discriminazione. Questo è l’abominio, non l’uso che se ne fa.

La procreazione assistita crea vita, non si pone questioni di genere.

Vengono meno anche gli argomenti religiosi

Prima che Eva fosse creata, come ci racconta la Genesi, non poteva esserci la differenza tra uomo e donna. Dopo la spaccatura dei sessi tra uomo e donna si legge che: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”. (Genesi 2, 24)

“I due saranno una sola carne”: l’istituto del matrimonio, invece, sia agli occhi della Chiesa sia agli occhi delle leggi (e quindi dello Stato) è l’unione di due individui che diventano una coppia, non “una sola carne”.

In una società patriarcale in cui la donna “tiene caldo il focolaio” e l’uomo “procaccia il cibo”, in cui c’è una sola religione che professa un Dio uomo e un figlio (e non una figlia) che si è sacrificato in Terra per poi ascendere al cielo, dare diritto alle coppie omosessuali di adottare è un atto dovuto, un atto rivoluzionario e un segnale di forte emancipazione, peraltro già avviato e costituito da 28 Paesi nel mondo, non a caso quasi tutti geograficamente più a Nord della Svizzera e dove, tra l’altro, il cristianesimo ha una presa inferiore.

Per i sostenitori del referendum i figli hanno diritto ad avere un padre e una madre. Una discriminazione lontana non soltanto dai tempi moderni ma lontana da ogni secolo della storia umana. Ci sono madri e padri inadatti al loro ruolo, ci sono sempre stati e ci saranno sempre: i figli hanno diritto all’amore, a una crescita equilibrata e a una costante centratura nel mondo, tutte cose che non possono essere garantite soltanto dallo status di “padre” e “madre” intesi nel senso biologico dei termini.

Tra l’altro, ma a questo punto è una finezza che il comitato referendario non capirà probabilmente mai, in Svizzera le istituzioni smembrano famiglie senza motivi validi se non il pregiudizio e l’ottusità. Anche questo ci riporta al tema centrale: prima di porsi interrogativi di qualsiasi natura, occorre chiedersi quanto questi soggiacciano agli imperativi etici.

Invece, sostenendo di non volere essere discriminanti, sostengono che le coppie omosessuali non dovrebbero potere accedere all’istituto del matrimonio ma rimanere nel limbo della coppia registrata. C’è poco da fare: coppie sposate che diventano veramente “una sola carne” a certi politici non vanno proprio giù.

Se la politica fosse in grado di affrontare le questioni etiche, si chiamerebbe Etica. Invece si chiama Politica.

Immagine di copertina: Carlo Buttinoni/unsplash.com