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Il salario minimo questione partitica? Che guaio!

Da una parte il salario minimo, dall’altra parte tre aziende che propongono un Contratto collettivo di lavoro (Ccl) al di sotto della soglia salariale. Questo è quanto.

Il secondo membro dell’equazione, senza il quale il lettore non può giungere al risultato, è stato spiegato dal direttore della divisione Economia Stefano Rizzi: “sono esclusi dal campo di applicazione delle Legge sul salario minimo i rapporti di lavoro che sottostanno a un Ccl con salari minimi vincolati. Questa eccezione è espressamente prevista all’articolo 13 della Costituzione cantonale”. Ora il lettore può tirare le sue prime conclusioni.

C’è però una seconda equazione da risolvere: al fianco delle tre aziende c’è l’organizzazione TiSin, ai cui vertici siedono il sindacalista di lungo corso Nando Ceruso, Sabrina Aldi (vicepresidente) e Boris Bignasca (membro di direzione).

Il secondo membro di questa equazione è rappresentato dai sindacati Unia e Ocst i quali gridano all’imbroglio e la buttano in politica, usando i nomi della Aldi e di Bignasca per sostenere che la Lega stia mostrando la sua vera faccia.

Questi i contorni dell’intera vicenda. Fermo restando che sostenere l’implicazione politica – l’implicazione di questa politica – perché sulle poltrone di TiSin che contano siedono due leghisti è una correlazione forzata e neppure troppo brillante. Quello del salario minimo è un problema che va affrontato in modo serio e intelligente.

La politica arriva sempre tardi

Ancora una volta non si fa distinzione tra ciò che è questione di partito e ciò che è questione di politica. Peggio: si addita la Lega quando non c’entra nulla. Che Aldi e Bignasca siano leghisti è un dato di fatto, che la decisione economico-retributiva sponsorizzata da TiSin sia di stampo leghista è una stupidaggine.

Se ogni decisione aziendale dovesse rappresentare l’anima partitica di chi dirige l’azienda non ci sarebbe un solo partito a fare una figura decente.

Il fatto che ancora oggi si corra ai ripari – con il fiato corto – laddove un’azienda sfrutta strumenti leciti per svincolarsi da una misura che non gradisce, rappresenta in pieno lo spessore della politica che non sa anticipare, non sa comprendere, non sa muoversi come dovrebbe.

Alle aziende della politica non interessa granché, se non nella misura dello scotto che devono pagare per le decisioni prese da governi e parlamenti. Cercare un dialogo in questa prospettiva sarebbe un discutere tra sordi.

Ci vogliono misure che non si occupino del secondario canonico, ma di un nuovo secondario (e così per il primario e il terziario) che rispetti l’etica salariale, l’ambiente e la sicurezza dei lavoratori. Non è difficile: è impossibile per questo governo e questo parlamento, motivo per il quale chi dirige il Cantone dovrebbe rivolgersi a tecnici provenienti da fuori Ticino, a cui dare il compito di disegnare un impianto normativo appannaggio di una nuova generazione di aziende altamente tecnologiche, dal forte impatto economico e produttivo.

Germania, Francia, Italia (maluccio) e Israele lo stanno facendo. Il Canton Zugo lo sta facendo (con risultati che ne esaltano il prestigio a livello internazionale), il Canton Zurigo lo sta facendo.

In Ticino si inseguono sempre gli stessi problemi affrontandoli nel modo solito. Quello che non dà risultati concreti.