cose che internet non ci fa sapere, ilcronista, il cronista
News Tecnologia

Le cose che internet non ci fa sapere

L’allarme, l’ennesimo, lo ha lanciato durante la seconda metà del mese di agosto Ethan Zuckerman, attivista americano ed esperto di media, nonché direttore del MIT Center for Civic Media.

Dopo avere preso visione di un report rilasciato da Facebook e che è apparso rimaneggiato rispetto a un report simile e precedente, è giunto a una conclusione che appare legittima nel contesto che approfondiremo tra poco. Secondo Zuckermann, infatti, è arrivato il momento in cui dobbiamo capire cosa sta succedendo con le piattaforme social.

Ci sono molte indagini, alcune sensazionalistiche ma in ogni caso attendibili, che tendono a fare emergere le cose che internet non ci fa sapere. Il problema è che sa cose che non sappiamo di non sapere.

Il report di Facebook

L’esistenza di questo rapporto curato e redatto a Menlo Park ci costringe a parlare di Facebook ma potremmo nominare Google, Twitter, Tik Tok e migliaia di altri siti, servizi online e app.

Il rapporto “Widely Viewed Content Report: What People See on Facebook” (“Report sui contenuti più visti: cosa vedono le persone su Facebook”) è stato concepito per sfatare alcuni miti, tra i quali quello secondo cui i contenuti più visti siano quelli di destra o tendenti a destra. Una convinzione discretamente radicata che, se confermata, farebbe di Facebook un tempio dell’odio e della discriminazione. Un report inutile e fuorviante che conferma lo strapotere mediatico di Facebook: sulla piattaforma corre una quantità di odio e ignoranza tali da rendere del tutto insignificante la direzione in cui tendono. Un report inutile e fuorviante perché i post sono i post, ma Facebook è frequentato da persone. Ma tant’è, andiamo avanti.

Soprattutto, un report insignificante, cialtrone e fuorviante perché tratteggia i post più visti e non quelli più dibattuti. Tiene conto quindi dei post che transitano più spesso nel feed e non quelli con il maggiore engagement (la somma dei like, delle condivisioni e dei commenti).

Il risultato? La missione trasparenza che Facebook ha voluto portare a termine con questo report tende alla trasparenza zero.

Il New York Times ha scoperto che tale report è la seconda versione; la prima non è mai stata pubblicata perché piaceva poco alle alte sfere di Menlo Park, quindi Facebook ha deciso di lavare i panni sporchi in casa e stendere soltanto il bucato migliore.

Le conclusioni amare

Facebook decide cosa ci piace e cosa ci deve piacere. Ci fa vedere ciò che vuole e nasconde ciò che ne macchia l’immagine (come se avesse un’immagine da salvaguardare).

La colpa? O di un ometto neppure troppo scaltro (Mark Zuckerberg) o di una piattaforma social i cui contenuti sono spalmati su migliaia di server dislocati in diversi paesi oppure nostra, che permettiamo a una risorsa web, frequentata da 2 miliardi di persone, di decidere cosa mostrarci e cosa no, di manipolare le informazioni che rilascia al fine di darci prospettive non reali di ciò che accade sulla piattaforma.

Tra odio, contenuti privi di senso, contenuti nascosti, pubblicità filo-russa pagata in rubli durante il periodo elettorale americano, tra fake news, spam, idioti di ogni risma che salgono in cattedra… ne vale davvero la pena?