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Micro-imposta. Cos’è e cosa può fare

La micro-imposta diventerà sempre più tema di discussione nei salotti che contano durante i prossimi mesi. L’idea ha del celeste, sembra essere cosa buona, forse non per tutti giusta, ma la democrazia non si prefigge lo scopo di accontentare tutti.

L’economista Sergio Rossi ha rilasciato un’intervista interessante al Forum Alternativo, mettendo l’accento su due aspetti principali: le casse federali e l’IVA.

La micro-imposta e il suo futuro

Un sistema fiscale che impone i redditi da lavoro ma non quelli da capitale, in particolare in una nazione come la Svizzera, non è più attuale“, dice Sergio Rossi e, obiettivamente, è facile essere d’accordo con lui. Questo però non deve portare a condividere ogni opinione dell’economista.

Sergio Rossi è uomo preparato, competente e serio, ci limitiamo a porre al lettore un dilemma derivante non già dalla micro-imposta ma dall’uso che secondo l’economista se ne dovrebbe fare.

La micro-imposta, un prelievo dello 0,1% sulla moneta scritturale porterebbe, secondo una stima, qualcosa come 100 miliardi di franchi annui nelle tasche dell’erario federale. Ottimo.

L’idea sarebbe però quella di ridurre o abolire l’IVA per, dice giustamente Rossi, migliorare il potere di acquisto del ceto medio-basso. Inappuntabile. Ma l’IVA ha uno scopo che va oltre al mero “essere tassa”, è quasi un’unità di misura per gli Stati membri dell’Ue.

L’Unione europea, per quanto riguarda gli acquisti online, ha varato nuove norme che riguardano l’IVA che non è soltanto e letteralmente l’imposta sul valore aggiunto ma è un’imposta sul valore aggiunto applicata – con aliquote diverse – da tutti i 27 Paesi membri. Nel  contempo, nel mondo, è in atto una riforma fiscale, quell’ imposta globale del 15% per quelle multinazionali che hanno un  fatturato superiore ai 750 milioni di euro e che è stata sottoscritta all’inizio di ottobre del 2021 da 136 Paesi.

Da questi due elementi si deduce che sia il mondo sia l’Ue stanno muovendosi verso un’unificazione fiscale e l’IVA, anche per la Svizzera, sarà un prerequisito essenziale per entrare in Europa. Piaccia o no, faccia paura o no, la Svizzera prima o poi dovrà aderire all’Ue. Bussare alle porte di Bruxelles senza avere l’IVA in patria, farebbe ritornare la Svizzera indietro di anni (al 1993) dovendo poi ricucire lo strappo e darsi un gran daffare per fare digerire al popolo la reintroduzione dell’IVA e adeguarne all’aliquota alla media Ue (che oggi è del 21,3%, un’enormità al di sopra di quella elvetica).

L’IVA e la micro-imposta

Nel 1974 la commissione di esperti per l’Imposta sul valore aggiunto ha presentato al Consiglio federale i risultati di uno studio durato diversi anni, proponendo l’introduzione dell’IVA. Ci sono voluti oltre 15 anni e quattro tentativi (1977, 1979, 1991 e 1993) per incassare il parere favorevole di Popolo e Cantoni. Abbattere un muro che è stato così difficile erigere e così essenziale per il futuro della Svizzera appare controverso.

L’IVA ha portato nelle casse federali 23,9 miliardi di franchi (dati 2019), il 30% in più dell’IVA a credito dei contribuenti. È una risorsa essenziale per Berna ma, grazie alla micro-imposta, il denaro incamerato grazie all’IVA può essere indirizzato per sollevare le sorti economiche delle fasce meno abbienti della popolazione.
La domanda giusta è, casomai, tesa a comprendere quanto se ne farà una questione politica e quanto governo, parlamento e partiti sapranno gestire la situazione.